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Generosi per forza

Se gli altri insistono a dire che siamo generosi, alla lunga notiamo un nostro adeguamento.  

Siamo, nostro malgrado, salvo ad abitare un eremo, dentro la società del nostro tempo, con i suoi “vizi” che permeano chiunque. Sono sottili modi di fare e di essere a cui non c’è forza di volontà in grado di opporsi. Spesso, ormai, anche quando sembrava avessimo posto le più robuste ed invalicabili barriere, capitoliamo, quasi inconsapevolmente.

Viviamo, pur insensibilmente, nella cultura del nostro tempo e, più o meno, ne siamo tutti permeati. Molte vicende ce lo svelano, se solo proviamo a guardarci dall’esterno, esercizio utilissimo per conoscerci. La nostra complessità non finiamo mai di apprenderla e, ad ogni età, ci stupisce. Ci sorprendiamo di noi sia sul versante positivo che su quello negativo e, sia chiaro, i due segni li attribuisce il senso comune, la prevalenza dei modi culturali dell’epoca, di cui persino gli opposti, sono generazione.

Più prendiamo coscienza di questo essere permeati e più avremo strumenti per salvaguardare l’essenza profonda del nostro animo. L’essere umani è ciò che in tale processo di continua conformazione resta autonomo patrimonio individuale e che un po’ filtra l’assorbimento culturale da cui non siamo immuni. Ciascuno farà le sue riflessioni.

Ora riprendendo l’occasionalità che ha stimolate le mie riflessioni, provo a descrivere ciò che più ci rende permeabili ai “condizionamenti sociali”, così come proposto dal regista Fred Cavayé nel suo Un tirchio quasi perfetto” interpretato da Danny Boon nel ruolo del, molto risparmiatore, signor François Gautier. Il film è nelle sale italiane dallo scorso anno e ad un anno dall’originale francese. Almeno in ciò, con i cugini ad di la delle Alpi, alcuni comuni sensori li abbiamo, il che rende godibilissimo, nella traslazione nella nostra lingua, il film.

Facendola breve: oltre gli ambienti che frequentiamo, hanno grandissima influenza su di noi, gli affetti. Coloro che più hanno attenzione per noi, aprono una breccia nel nostro essere, anche se non è il loro primario obiettivo. Immune perché sostanzialmente mai coinvolto emotivamente, se non dalla sua ossessione per il risparmio, è quando due donne entrano nella sua vita che il nostro preistorico sociale inizia a cedere: diviene generoso, un po’ suo malgrado.

Le due donne che irrompono sono la figlia della cui esistenza era all’oscuro ed una violoncellista nuova collega. Entrambe, vedono in lui la proiezione dei loro desideri. Ebbene, tale coppia, rendendo pubblica una immagine del nostro signor Gautier, tutta opposta a quella che nel vicinato ed al lavoro era conosciuta, attraverso una semplice rifinalizzazione del suo “vizio”, cambiano segno alla sua identità. Il Tirchio diviene Benefattore, tra il vicinato, così come nel mito che se ne è fatto la figlia. La nuova collega violoncellista, lui è un ottimo violinista, invece con il più esplicito sentimento come spesso proprio i più timidi sanno esprimere, fa intervenire questa nuova lettura sociale di Gautier, anche al lavoro.

La regia ci propone 96 minuti di gustoso cinema, ricco di bei temi sociali trattati tutti con quell’aria divertita e furba che è tratto, qui ben orchestrato, accomunante le cinematografie cugine. Non resta che consigliare, come è evidente, la visione alla prima occasione che si presentasse. Per me è stata il Cineforum all’Iris. Mi scuso anche per la non tempestività ma non potei andare il martedì per potervi dare la chance del mercoledì e poi mi presi altro tempo.

1 commento:

  1. Nessuno è perfetto,
    ma ciascuno con la propria sensibilità contribuisce al progetto comune di crescita sociale, basta rendersi semplicemente conto che oltre le regole scritte o convenzionali esistono modi espressivi che solo se proposti ad un pubblico verificheranno la loro validità.

    "Se gli altri insistono a dire che siamo generosi, alla lunga notiamo un nostro adeguamento".

    Venne staccato perché in ciò consiste l'essenza della comunicazione che ci prefigge.

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